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  Monday, September 6, 2010
L'Etna Marathon di Elena
Sono le h. 3.oo del 3 maggio 2009, non capisco perché mi sveglio in continuazione ed invece dovrei riposare bene bene.
Ore 5.45, Elena dormi! La mia etna marathon inizia la notte. Per la prima volta mi sento emozionata dal pre-gara  e mi sveglio di continuo. E’ la mia prima marathon ed organizzata dalla mio Team.
A Milo si respira una buona aria primaverile, un bel sole.
Alle ore 9.00 tutto sembra al posto giusto, i biker arrivano da ovunque, con le solite intenzioni comuni: fare una bella gara. Qualcosa di diverso c’è, io la sento, c’è un’altra energia quassù. Ogni paesaggio ci influenza in maniera diversa, e decisamente il nostro vulcano lo fa. Io e le Chix siamo pronte e sulla strada a fare andirivieni di riscaldamento. I maschietti oggi sono gli organizzatori impegnati e serissimi, tutto funziona bene. Le mie ultime indecisioni sul portare manicotti e zainetto. No, no troppo caldo!
Sono le 10.15 e tutte le categorie dietro la partenza, stiamo per partire e per la prima volta le Mongibello Chix gareggiano tutte insieme. Osservo le mie avversarie e tutte le cose che penso sono indicibili e belle, provo un senso di ammirazione per le donne che stanno lì.
Ho un batticuore strepitoso e mi viene voglia di dirlo a Liz (ma non è il momento), pensando a quando raccontava delle sue prime gare, sulle emozioni. Ed io non capivo, anzi pensavo “ma cosa c’è da emozionarsi?”, ed in quel momento e tutte le ore precedenti c’ero cascata io!
E intanto mi innervosivo perché pensavo ai battitti! I battiti alti! Da ferma!
Ecco la partenza, dopo 5 secondi cado. Una bici addosso dai movimenti incerti. Scatto subito. Siamo tutti compatti. Asfalto e salite per un po’ e cominciamo a dilatarci. Io non capisco come mai sento di trascinare la bici e me con fatica e peso e più biker mi fanno notare la mia ruota sgonfia! Come si può partire con la ruota sgonfia? Le salite non finiscono, il basolato neppure. Mi decido ad osare a chiedere aiuto ad un gentleman con pompetta, la gonfiamo e riparto. Grazie mucho a costui che mi ha evitato altra fatica. Siamo a 11 km e le strade si dividono: escursionisti a sinistra e maratoneti  a destra. Ancora salite e sempre salite, il caldo aumenta ma mi sento energica. Non saprei quanto dovrei recuperare per raggiungere le altre donne, ma penso che devo risparmiare energie, come si fa? Non ho idea di quanto e di cosa ci sia avanti a me visto che non ho mai fatto una gara così lunga. Dunque decido di andare avanti come stessi facendo una escursione veloce, ed accogliere sprint da chi è più veloce di me. Funziona.
Per un po’ mi ritrovo a pedalare con un gruppo di ciclisti. Poi mi scoccio, non vorrei più vederli, vorrei lasciarli dietro. Non ci riesco, facciamo avanti e dietro ma li vedo sempre. Dove sono le mie avversarie?
Il tempo è cambiato, nuvoloni e pioggerellina. Il paesaggio è incantevole. La montagna è bellissima ma evito di guardarla, so che mi perderei nel tempo dell’ammirazione. Ed intanto cado in una curva semplice, braccio e gamba sanguinanti. 
I ristori ben organizzati e pronti sono al posto giusto, proprio quando ho fame e sete e le mie barrette e acqua con sali non sono bastate. Perdita di tempo? Uffa..un paio di minuti di recupero per tutti, perché non li mettono nel regolamento? Sarebbe un buon sollievo per il nostro corpo così stressato e aiuterebbe la nostra prestazione. Penso. Ma invece..no..tutti così fissati! Chi si ferma più di qualche secondo è perduto! Resta dietro. Pedalare, pedalare solo pedalare.
La pioggia aumenta e penso a quando ho deciso di lasciare il mio zainetto con k-way e per ultimi i miei manicotti lanciati e sbuffati dal caldo. Siamo in alta quota e si sale sempre di più, mi sembra interminabile. E’ la pioggia a darmi fastidio, non posso più tenere i miei occhiali graduati, troppo appannati e in alcuni punti vado a rilento, non ci vedo cazzzzz, ma mi abituo. Li supero questi rifugi che mi sembravano irraggiungibili ma non capisco quanto ancora ci sia avanti a me e non perché non abbia idea di quanti km manchino, i numeri li so, non so quanto ancora il mio corpo inzuppato dovrà soffrire. Non avevo ancora minimamente capito. E forse anche adesso ho rimosso. Ricordo solo che le mie gambe, le braccia e tutto il resto erano rosse, poi viola. La grandine addosso, i muscoli bruciavano da dentro e fuori pativano il freddo. Avanti e dietro di me pochi ciclisti, invidiavo chi mi passava con quel santo k-way.
I miei stati fisici cominciano a farmi soffrire davvero e la pioggia non si fermava, avevo troppo freddo non sentivo più le mani, non riuscivo a cambiare le marce, i piedi formicolanti. La mandibola non si fermava dal tremore. La ferita della caduta bruciava più forte.
Ad una uscita su asfalto vedo Ernesto e mi sento tutta consolata, non sono sola! Ma che contraddizione in quello stato.. gli grido invece: “ Vi Odio!”, inteso come: Che ci faccio qui? E’colpa vostra, di tutta la squadra, mi avete coinvolto in questo mondo di pazzi ciclisti senza tener conto che ancora io non sono consapevole, non so se mi piace, non so nulla di nulla di bici, di montagne e di tutto il resto e mi lanciate a fare gare a 6mesi dalla mia prima escursione! “ insomma cavolate, mi sono sentita subito in colpa, scusami Ernesto! Si, decisamente cavolate perché volevo decisamente e volontariamente continuare a soffrire se alla sue parole di aiuto :”vuoi fermarti? Ti riportiamo giù in macchina.” Ho risposto: “NO!”
E il cervello mi frullava “ Non se ne parla, io devo concludere, sei pazzo!”
Ho iniziato a piangere, piangere e piangere. Io salivo, congelavo e secchiate d’acqua contro di me. E come un’idiota avevo rifiutato di andarmene al calduccio.
Da lì mi sentivo sola, completamente sola in mezzo al bosco, non doveva succedermi nulla ed io dovevo affrettarmi a scendere. Ma quando? Se ancora salite e sempre salite! Stavo impazzendo e le mie gambe mi sostenevano, le sentivo potenti, erano le sole a sostenermi, più pedalavano più mi distoglievano dal freddo e dall’incertezza, non potevo neppure sbagliare strada, tutto il percorso era segnato benissimo e questo mi rassicurava.
All’ultimo ristoro Ciccio Valanga mi ha quasi imboccato la crostata. Che buona che era in quel momento.
A 20 km dall’arrivo un biker vicino a me. Mi ha sostenuta per un pezzo, forse dipinta di viola nel bosco pauroso facevo un certo effetto.
Finalmente la discesa. Le mani, ormai, non articolavano e stentavo a frenare, ma quella discesa la dovevo fare bene e bene l’ho fatta, provando piacere e divertimento! Non pensavo più a raggiungere una posizione in classifica, in quello stato la mia vittoria sarebbe stata arrivare.
A 5 km dall’arrivo il mio incontro con gli scout: sto per cadere e mi fermo, ecco il primo crampo. Loro: vuoi fermarti? Io: nooo… ma vengo assalita da crampi ovunque, scendo dalla bici e non riesco più a muovermi, passano i minuti e il freddo, il tremore aumenta, preoccupati e molto gentili gli scout volevano convincermi a fermarmi..ma io non potevo, avevo sofferto troppo. Saranno passati 10 minuti ed ero bloccata, fin quando vedo passare un’avversaria dal percorso. Questo mi ha suscitato lo stimolo per ripartire e i muscoli si sono messi magicamente a posto. Tutto quello che restava l’ho dato in quei 5 km.
Sono arrivata al traguardo sfinita e mi sono sentita vittoriosa. Qualche minuto dopo in uno stato di crisi. Ma che bella crisi.
Io non ero sola in quel bosco, sentivo tutto l’entusiasmo di Tinker The Trainer, le parole di incoraggiamento durante il percorso di Valerio, Gaetano, Ernesto, Ciccio, le preoccupazioni di Maurizio e di tutti gli organizzatori e dei volontari e la forza delle Chix davanti a me.  Non ero affatto sola all’arrivo quando ho visto gli occhi preoccupati e contenti di Fabio sotto il suo ombrellino da gnomo anni ‘70.
Non ero sola, c’ero io in una squadra.
Insomma sono arrivata al terzo posto, la splendida Chix-Una avanti a me e  Beatrice al primo posto. Ed ho pure vinto la maglia del Campionato Regionale.
Che dire.. la montagna può farci questi scherzi ed altri ancora, io penso che un mountain biker, con la massima responsabilità individuale, dovrebbe essere preparato ad imprevisti e condizioni estreme. 
Forse questo report è troppo emotivo e poco tecnico, ma di questo io adesso so parlare, degli stati fisici ed emotivi che mi danno la motivazione per sentirmi forte!
Sono capitata in un mondo di matti convinti.. ma lo trovo adorabile e  questa esperienza mi ha decisamente battezzata alla mountain bike.
Non posso che ringraziare.
 
Elena Rosa
    


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